GLI ALTRI
Una manciata di settimane fa mi chiedevo come mi sarei sentito a guardare qualcuno che faceva qualcosa di mio. Non una canzone. Mi è già capitato e va bene. Il mio dubbio era sul teatro che è diverso. Per tante ragioni, anche “fisiche” è una cosa più totale. Io lo so che una volta che ho scritto, una volta che sono salito sul palco i miei lavori smettono di essere miei e basta. Una bocca che fa uscire le mie parole però è diverso.
Mi chiedevo: sarò capace di “starci dentro”? Staro bene o male? Era una domanda che avevo in testa quando ho iniziato a lavorare con i bambini di quinta della scuola elementare di Montevecchia (LC). C’era da preparare il “giorno della memoria” e le maestre hanno pensato a un mio spettacolo. Ai primi di novembre siamo andati da loro a fare “La Foto – il salto più lungo della storia”. Una decina di giorni dopo ho iniziato ad andare da loro un pomeriggio alla settimana per preparare lo spettacolo.
Era evidente che loro si sarebbero fatti uscire dalla bocca le “mie” parole ma, chissà perché, non ho pensato che sarebbero stati loro a darmi la prima risposta.
Facciamo una premessa: sono bravissimi.
Un pomeriggio, due settimane prima di Natale gli ho fatto un pistolotto sul fatto che avere a memoria il testo ti liberà dallo sforzo di doverlo ricordare e ti permettere di fare un sacco di altre cose importanti quando stai sul palco. La settimana dopo, praticamente tutti non hanno nemmeno fatto lo sforzo di appoggiare il foglio con la parte sul leggio: l’hanno ripetuto a memoria punto. Io non lo so a memoria neanche adesso. Per tante ragioni ma non lo so a memoria…
In un paio di incontri si sono “smollati” e, oltre a ripetere le parole, hanno fatto passare attraverso di loro la storia. La risposta alla domanda con cui inizia questo post è stata: non devo piangere fino al 27.
Il 27, dopo che il pubblico si sarà spellato le mani, dopo avere rianimato Sonia e affidato alle cure del 118 il Gabri, potrò piangere.
Non so che parole potrei usare; è una dimensione diversa del mio lavoro, che non è salire sul palco, che è avere scritto e rendere interpretabile quello che ho scritto. I bambini fanno la differenza. In tutti i sensi perché, anche se sono bambini del 2000, sono bambini e dentro di loro non è ancora passato tutto il nero della vita, perché si fanno prendere dalle cose come è difficile immaginare possa succedere negli adulti. Sono molto felice e altre cose belle che adesso è difficile definire in una parola soltanto.
Il 27 si avvicina. Mercoledì prossimo prova generale davanti ai loro compagni la mattina e, il pomeriggio, prova on site, all’auditorium F. de André di Osnago. Volevo ripartire da qui a raccontarvi quello che succede. Succedono altre cose, tutte molto buone ma per quelle ci sarà tempo domani, o dopo, o dopo…
Potete ascoltare un pochino della canzone che chiude lo spettacolo, che è “La foto” ma cantata da loro, oggi, mentre provavamo.
Che bello, il 27 piango! J
Ciao
Andrea
