Il primo maggio, festa dei lavoratori. Chissà chi festeggia oggi? A parte quelli che istituzionalmente devono per forza.
Festeggeranno i lavoratori finché ne rimangono. Cosa festeggiano? Bho, magari festeggiano il fatto che la “riforma del mercato del lavoro” non abbia ancora formalmente toccato l’articolo 4 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo: “Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma”.
Non è vero, lo sappiamo tutti. Non è vero sotto molto forme a seconda delle situazioni però non è ancora caduto il vincolo formale: festeggiamo!
Cosa festeggeranno quelli che il lavoro lo stanno perdendo? Magari i giorni in cui l’avevano o quello in cui lo ritroveranno. In mezzo paura e fame. Magari molta paura che con molta fame fa un po’ di disperazione ma, lo abbiamo già detto, guardano al giorno in cui lo ritroveranno.
Cosa festeggiano gli “esodati”? Questi, che fino a ieri, manco sapevamo che esistessero, sembra gente che è rimasta vittima di una catastrofe naturale di natura idrica, spazzati via dalla furia delle acque ma non è vero. Avere più di cinquant’anni ed essere definitivamente fuori dal mondo del lavoro ad una distanza astronomica da una pensione che non varrà comunque un cazzo, non ti bagna i pantaloni o la maglietta. Non ti da nemmeno la possibilità di scappare dai parenti in collina. Però delle analogie ci sono e vanno oltre una certa assonanza nel nome. Questa cosa ti porta via la casa come la corrente del fiume, cancella il lavoro che hai fatto, come il fango e i detriti nei campi, ti costringe alla mercé degli elementi nonostante tu abbia fatto tutto per costruirti un riparo. Con fatica. Non c’è niente di “naturale”. In questa cosa c’è l’artificio di un sistema di regole reali che prescindono quelle formali (legali) che sacrificano il più debole del sistema, quello che, guarda un po’, ha sempre pagato per tutti.
Cosa festeggeranno quelli che il lavoro lo hanno cercato? Prima guardando alle competenze che potevano mettere in campo, poi cercando in qualcosa di attiguo, quindi dando la propria disponibilità per qualsiasi tipo di lavoro , poi rispondendo ad improbabili annunci e portando le proprie chiappe ad una marea di pseudo colloqui in cui di dicono che non ti pagano, che devi fare una parte del lavoro che spetterebbe all’impresa che non ti assume, e, se sei bravo, inizierai a guadagnare poi. Poi? Quanto? L’annuncio diceva duemila Euro dal primo mese, fisso garantito. Quelli che l’hanno cercato, che vorrebbero lavorare ancora ma non lo cercano più perché oltre al lavoro è finita anche la capacità di farsi prendere per il culo e umiliare ad oltranza da gente che non sa nemmeno di cosa sta parlando. Cosa festeggeranno?
Cosa festeggeranno quelli che non hanno un lavoro ma lavorano lo stesso. Sotto il ricatto di contratti (quando ci sono) che scadono a ritmo di poche settimane dal loro inizio, fuori dalle regole di base delle relazioni tra lavoratori e impresa, certi che lo Stato, di qualunque colore si vesta, non è dalla parte della legge, quindi dalla loro. Tutti sappiamo delle deroghe concesse dai governi, negli anni, alle imprese nate per sfruttare il precariato che non hanno mai reintegrato, assunto, normalizzato la posizione di decine (centinaia) di migliaia di lavoratori che, protetti dalla legge, da azioni e delibere di parti dello Stato stesso, dovevano essere tutelati.
Cosa festeggeranno?
Cosa festeggeremo tutti noi, oggi?
Niente, non c’è niente da festeggiare. Perché anche se mi sento i piedi caldi ma non sono uno dei pochi che stanno nel sistema, non c’è lavoro sicuro che tenga e nemmeno gruzzoletto che posso avere da parte, frutto del lavoro mio, di mio padre e di mio nonno. Alla prima folata di vento, all’ennesima scorreggia del “mercato”, avrò il culo per terra e solo la speranza di trovare un posto sotto un ponte per dormire. Sempre che non siano ormai tutti occupati.
Non potremo nemmeno piangere troppo sulla nostra sfortuna perché, da cittadini, abbiamo legittimato il sistema, senza protestare, sguazzando sulla palude che portava dal miracolo economico, all’edonismo degli anni ottanta fino al puttanesimo del ventennio del biscione e, adesso, siamo un po’ tutti abbagliati dalla compostezza del tecnico, che è tecnico perché è impiegato nel sistema e produce decisioni in difesa del sistema stesso e dei suoi accoliti.
Ci vediamo sotto il ponte. Se arrivate tardi, cazzi vostri.
Buon Primo Maggio.
Andrea